L’unzione degli infermi: il sacramento della guarigione, ma che cos’è?

Il sacramento riservato ai malati veniva chiamato “estrema unzione”. Ma in che senso? Il catechismo del Concilio di Trento ci fornisce una spiegazione che non ha nulla di conturbante: “Questa unzione viene chiamata “estrema” perché è amministrata per ultima, dopo le altre unzioni affidate da Cristo alla sua Chiesa” come segni sacramentali. Pertanto “estrema unzione” vuole significare quella che si riceve normalmente dopo le unzioni del battesimo, della confermazione o cresima, ed eventualmente dell’ordinazione sacerdotale, se uno è sacerdote. Nulla dunque di tragico in tale termine: estrema unzione vuol dire l’ultima unzione, l’ultima della lista, l’ultima in ordine di tempo.

Ma il popolo cristiano non ha inteso in tale senso la spiegazione del catechismo e si è fermato al terribile significato di “estrema unzione” come di unzione definitiva dalla quale non esiste via di ritorno. Per moltissimi l’estrema unzione è l’unzione al termine della vita, il sacramento di quelli che stanno per morire.

Ma non è questo il significato cristiano che la Chiesa ha sempre dato a questo sacramento.

Il Concilio Vaticano II riprende l’antica denominazione “unzione degli infermi” o “unzione dei malati” per ritornare alla tradizione e orientarci verso un uso più giusto di questo sacramento. Ritorniamo brevemente indietro nei secoli, al tempo e nei luoghi dove furono istituiti i sacramenti.

Il grano, la vite e l’ulivo erano i pilastri dell’economia antica, essenzialmente agricola. Il pane per la vita, il vino per la gioia e i canti, l’olio per il sapore, l’illuminazione, la medicina, i profumi, l’atletica, lo splendore del corpo.

Nella nostra civiltà dell’illuminazione elettrica e delle medicine chimiche, l’olio è scaduto dal suo prestigio di un tempo. Tuttavia noi continuiamo a chiamarci cristiani, nome che significa: coloro che hanno ricevuto l’unzione d’olio. Vediamo così, immediatamente, l’importanza che i riti d’unzione hanno per il cristiano: si tratta di manifestare la nostra partecipazione al Cristo (l’Unto) proprio in ciò che lo definisce.

L’olio, dunque, sulla base dei suoi usi nella cultura semitica, resterà per noi cristiani innanzitutto il segno della guarigione e della luce.

Per le sue proprietà che lo rendono inafferrabile, penetrante e corroborante, resterà inoltre il simbolo dello Spirito Santo.

L’olio presso il popolo d’Israele ha avuto la funzione di consacrare persone e cose. Ricordiamo un solo esempio: la consacrazione del re Davide. “Samuele prese il corno dell’olio e lo consacrò con l’unzione in mezzo ai suoi fratelli e lo Spirito del Signore si posò su Davide da quel giorno in poi” (1Sam 16,13).

Infine, al culmine di tutto vediamo l’uomo Gesù, penetrato completamente dallo Spirito Santo (At 10,38) per impregnare il mondo di Dio e salvarlo. Attraverso Gesù i santi olii comunicano ai cristiani la multiforme grazia dello Spirito Santo.

L’unzione degli infermi non è un rito di consacrazione, come quello del battesimo e della confermazione, ma un gesto di guarigione spirituale e corporale da parte di Cristo attraverso la sua Chiesa. Nel mondo antico, l’olio era la medicina che normalmente veniva applicata sulle ferite. Così, ricorderete il buon samaritano della parabola evangelica che versa sulle ferite di colui che era stato aggredito dai briganti del vino per disinfettarle e dell’olio per lenirne i dolori. Ancora una volta il Signore prende un gesto della vita quotidiana e concreta (l’uso medicamentoso dell’olio) per assumerlo come funzione rituale ordinata alla guarigione dei malati e al perdono dei peccati. In questo sacramento, guarigione e perdono dei peccati sono associati. Questo, forse, vuol indicare che il peccato e la malattia sono legati tra loro, hanno una relazione tra loro? La Scrittura ci presenta la morte come legata alla condizione di peccato della specie umana. Nel libro della Genesi, Dio dice all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” (Gen 2,16-17). Ciò significa che l’uomo, per sua natura sottoposto al ciclo nascita – crescita – morte come tutti gli altri viventi, avrebbe avuto il privilegio di sottrarvisi mediante la sua fedeltà alla propria vocazione divina. S. Paolo è esplicito: questa coppia infernale, il peccato e la morte, è entrata di pari passo nel mondo degli uomini: “Come a causa d’un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato” (Rm 5,12).

Ora, la malattia è il preludio, vicino o lontano, della marcia funebre della morte. La malattia, come la morte, fa parte del giro di satana. Come la morte, anche la malattia ha un grado di parentela con il peccato. Con questo non intendiamo dire che uno si ammala perché ha offeso personalmente Dio. Gesù stesso corregge questa idea. Leggiamo nel vangelo di Giovanni: “(Gesù) passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?”. Rispose Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio”” (Gv 9,1-3).

Dunque, ripetiamo: uno non si ammala perché ha offeso personalmente Dio (diversamente non si spiegherebbero le malattie e la morte dei bambini innocenti), ma vogliamo affermare che la malattia come la morte raggiunge e colpisce l’uomo solo perché l’umanità è in condizione di peccato, è in uno stato di peccato.

I quattro vangeli ci presentano Gesù che guarisce in massa i malati. Assieme all’annuncio della parola, è questa la sua attività. La liberazione dal male di tanti infelici è un annuncio straordinario della buona novella. Gesù li guarisce per amore e compassione, ma anche, e soprattutto, per offrire dei segni della venuta del regno di Dio.

Con l’entrata in scena di Gesù, satana constata che è arrivato uno più forte di lui (Lc 11,22). Egli è venuto “per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo” (Eb 2,14).

Prima ancora della sua morte e della sua risurrezione, Gesù allenta la morsa della morte, guarendo i malati: nei salti degli zoppi e dei paralitici guariti ha inizio la danza gioiosa dei risorti.

Il vangelo, con acutezza, usa il verbo risorgere per indicare tali guarigioni che sono il preludio della risurrezione di Cristo.

Dunque, peccato, malattia e morte sono tutta farina del sacco del diavolo.

S. Pietro, nel suo discorso in casa di Cornelio, sottolinea la verità di queste interferenze: “Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nazaret, il quale passò beneficando e sanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui… Poi essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio l’ha risuscitato il terzo giorno… Chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo nome” (At 10,38-43).

Nella sua azione e nella sua morte onnipotente, Cristo getta fuori dal mondo il principe di questo mondo (Gv 12,31). In questa ottica possiamo comprendere il senso vero e profondo di tutti i miracoli di Cristo e dei suoi discepoli e il senso del sacramento dell’unzione degli infermi che non è altro che la presenza di Cristo che continua la sua opera di perdono e di guarigione attraverso la sua Chiesa. La guarigione del paralitico di Cafarnao è un esempio tipico che mette in luce questa verità. Leggiamo il vangelo di Marco al capitolo secondo (Mc 2,1-12).

La guarigione di questo infelice mette in risalto tre meraviglie di Dio:

1 – esiste uno stretto rapporto fra il peccato e la malattia. Viene portato a Gesù un malato e Gesù diagnostica ancora più in profondità: è un peccatore. E scioglie questo nodo di male e di peccato non con il potere dell’arte medica, ma con la sua parola onnipotente che distrugge in quell’uomo lo stato di peccato. La malattia è entrata nel mondo a causa del peccato: malattia e peccato scompaiono insieme per la potenza di Cristo;

2 – la guarigione del paralitico è offerta da Gesù come la prova che egli ha il potere di rimettere i peccati, ossia di guarire l’uomo anche spiritualmente: è lui che vivifica tutto l’uomo;

3 – questo miracolo annuncia anche una grande realtà futura: il salvatore apporterà a tutti gli uomini la guarigione definitiva da ogni male fisico e morale.

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